Daniela's profileIo solo io. E basta, mi ...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
Io solo io. E basta, mi basto......Non mi curo di loro ma guardo e passo, come già ribadito.... |
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March 03 Come renderla felice avendola per cenaPreparate champagne e succo di pesca, con un Bellini si mette d’accordo ogni Lei ma aggiungete un’ottantina di gocce di Lexotan che la rilasseranno e non opporrà resistenza ai vostri preparativi. Prendere un’accetta molto affilata, ponete la sua testa sul tagliere di legno, in modo che non scivoli via e, con un colpo preciso, all’altezza della fontanella, aprirle il cranio in due. Tirate fuori con delicatezza il cervello, sistematelo su un piatto, conditelo con un poco di limone, un pizzico di sale e una spolverata di pepe, meglio ancora se macinato al momento. Scendete poi al petto: dopo aver reciso con un taglio netto i seni, riponeteli in frigorifero su un vassoio a farli raffreddare, uno di fianco all’altro coi capezzoli rivolti all’insù perché il dolce sarà l’ultima cosa che preparerete. All’altezza del cuore, eseguite un taglio netto; usate le tronchesine per aprire il costato, facendo attenzione di non scheggiarlo ché non intacchi il muscolo in alcun modo: che la stupirà da morire, quando lo vedrà ancora pulsare sul piatto. Estraete il cuore, mettetelo in una casseruola con un trito di aglio e prezzemolo e un filo d’olio, fatelo rosolare a fuoco bassissimo, avendo l’accuratezza di girarlo, ogni tanto, che non smetta di battere. Lo potete poi servire, al sangue, su un piatto coi capelli che avrete chiesto a lei di intrecciare, prima del vostro incontro, in ricordo di vecchie acconciature di un tempo andato. Il fegato sarà servito a fettine, sottilissime, crude, con appena una lacrima di aceto balsamico e un filo d’olio. Passate infine ai piedi: disponeteli ben pari, uno di fianco all’altro, per reciderne le dieci dita con un solo colpo. Importantissimo per non perdere, una volta sul piatto da portata, la coreografia del tutto. Adagiate le dita in cerchio su uno strato di pancreas e ovaie al forno e serviteli ben fumanti, avendo l’accortezza di limare le unghie che non abbiano spuntoni fastidiosi, sia al palato che alla vista; al centro, per dare maggior enfasi al piatto, potete disporre la lingua tagliata a piccoli tocchetti Nel frattempo avrete lavato fragole di bosco: prendete dal frigo il vassoio coi seni che si saranno raffreddati al punto giusto, sbattete la panna montata e sistematela alla base, in piccoli riccioli. La bevanda consigliata per questo piatto è un novello sangue, un pregiatissimo gruppo 0 RH- è perfetto. Si raccomanda la raccolta differenziata: le parti non utilizzate non mettetele assolutamente sul cassettone in balcone a fare composta, ma riponeteli dentro ai sacchetti di colore verde destinati ai rifiuti umidi. Seguendo queste poche, semplici indicazioni, non potrete sbagliare: lei vi apparterrà per sempre perché vivrà assolutamente e per un poco di tempo solamente dentro di voi, fino a quando non la digerirete e la espellerete. Pensate che avete fatto la sua felicità averla per cena. E meditate anche che, senza le dita dei piedi, non avrà più equilibrio e mai potrà tornare sui suoi passi.
February 10 Quello che Willy non scrisseDove eravamo rimasti? Ah, sì, ecco la scena: io, con il pugnale nel petto, distesa sopra il mio amatissimo Romeo, morto avvelenato. Il Conte, poco più in là, tutto sporco di sangue; d'altra parte, si sa, le spade tagliano e dai tagli esce sangue in abbondanza. Poi c'è pure quel brav'uomo di Fra Lorenzo, disperato perché si sente in colpa: poverino, tiene una certa età, non lo si può colpevolizzare più di tanto se la missiva la spedì solo un attimino in ritardo, c'aveva la meridiana ferma perché era molto nuvoloso e non s’era accorto che il tempo passava. Che altro c'è? Mio padre che piange, il padre di Romeo che si dispera: troppo tardi Uhm, cos'ancora? Ah, aleggia il gossip di paese, che a Verona è come una freccia: non fai in tempo a scoccarla che via, ha già passato l'Arena intera senza che tu te ne accorga. Fermi lì, non malignate: io, posso citare il Fabrizio quando e come mi pare, lui sa che non è plagio, visto che da questo mio pensiero scrisse poi, anni dopo, il seguito della mia storia. Oui, Bocca di Rosa c'est moi! Perché dovete sapere, cari miei, che fui proprio io ad ispirare il poeta genovese, io e le mie gesta. Veramente anche mio padre, Sir William, voleva scrivere un finale diverso e nella sua testa lo fece, non lo mise mai su carta –dicono che gli fosse venuto il callo dello scrivano al dito medio della mano destra e che ne soffrisse parecchio-; non lo scrisse, non lo diede in pasto al pubblico, tanto meno lo regalò al salotto di Bruno Vespa, ma lo pensò, lo giuro sulla testa di Romeo che tanto è già belle che morto. Io lo so con certezza: io c'ero, e posso dirlo senza timore di essere smentita. Ai tempi, il mio signore padre Sir William – adorava essere chiamato con il rango che gli spettava -, avrebbe voluto sì scrivere e rappresentare un'altra bella storia che finisse bene: una commedia, una farsa insomma, un qualche cosa che facesse ridere, alla fine, dopo tanta tragedia. Ci rinunciò, ahimè, non solo per il callo al dito medio della mano destra, ma anche perché, dopo il molto rumore e le poche ghinee che gli giunsero nelle tasche dalla sua storia, incasinatissima, capì che non sarebbe stato compreso ancora una volta e rinunciò. Lo sapeva anche lui, nel raccontare le schermaglie d'amore della Ero, di Benedetto, della Beatrice, di Don Juan e di tutta la compagnia bella di Messina, che il popolo voleva sangue e tragedia e che per la commedia aveva da passare nottata. Secoli, veramente: fino all'avvento di Zelig. Quindi, il mio signore padre Sir William, mi lasciò là in chiesa, morta, con tutti quanti disperati e tristi a piangere sta giovinetta, semi-vergine, che per l'amore trascendente di uno solo, rinunciò ai piaceri della carne con tanti. In realtà, e questo non lo trovate scritto su Wikipedia, lui pensò altre dieci cartelle sul seguito della mia storia, che però non si azzardò a rendere pubbliche, aveva deciso di conservarle per quando i tempi sarebbero cambiati e il pubblico avrebbe apprezzato un bel coup de théâtre senza tanti morti. Ero io, proprio io medesima che glieli suggerivo di notte, ma lui dormiva, invece di scrivere. Rewind: torniamo alla scena iniziale. Io, con il pugnale nel petto, distesa sopra il mio amatissimo Romeo, morto avvelenato, poco distante il Conte, anche lui morto ammazzato. Il realtà il mio non era sangue, era solamente succo di pomodoro e non ero morta, ero viva tutta e dappertutto: avevo solo fatto finta di piantarmi il pugnale nel cuore, ero stata molto attenta a infilarlo sotto il braccio ove avevo opportunamente sistemato una sacca di pelle di capra riempita con il rosso e denso liquido che veniva usato per ravvivar le vesti. Aspettai che tutti quanti si togliessero d'intorno, reprimendo non vi dico quanti starnuti – sono allergica ai gladioli-, e mi alzai. E finalmente - mi dissi -, non era un materasso in lattice dell’ultima generazione e che si adattava alle forme, quello dove giacevo nella cappella di famiglia. Aprii gli occhi e vidi quel macello che avevano combinato Romeo e il francese: gli piaceva molto, al Montecchi, menar le mani e aveva trovato un degno avversario nel Conte di Parigi: costui, pareva avesse i vetri sotto i piedi, quando saltellava con la spada in mano, lo avrei visto bene al Bolshoi a fare il primo ballerino. Dal sangue che bagnava il freddo marmo del pavimento della cappella, pensai immediatamente che avevano fatto brillare le lame per un bel po' di tempo prima che qualcuno soccombesse. Peccato io dormissi, ho sempre amato i duelli all'ultimo sangue, avevo ancora negli occhi quello recente, dove perse la vita Mercuzio, poverino, ma così imparò, una volta per tutte, a voler mettere sempre il naso dappertutto, quell'impiccione. Povero Conte, come ti si addice poco il rosso sangue. E tu, Romeo, mi pari un tantino sbattuto, cinereo ecco. Ma Fra Lorenzo mi dice che è naturale un tal tono di carnagione quando si è morti. Avvelenati, poi, viene maggiormente accentuato: è il veleno che ruba il colore, e gli è pure andata bene che tende al grigio e non al verde, che farebbe a schiaffi con la giacca verde acido che indossa. Ehhhh Fra Lorenzo, che ti disperi ora? Non è proprio andata come pensavi, facciamo buon viso a cattiva sorte e tiremm innanz… mi scusi padre, dimenticavo che siamo in Veneto non in Campania. Quella sera decisi di partire, senza dire nulla a nessuno: Verona mi stava stretta, e c'avevo pure una gran voglia di mare, di iodio che mi avrebbe rimesso in forza, e di gente meno impicciona e più alla buona dell'aristocrazia che sarei stata costretta a frequentare a casa mia. Volevo vivere, volevo volare, ecco. Scartai immediatamente l'Adriatico, ché mai non fosse incappassi in un bagnino assatanato; poi, c'era la mucillagine e mi faceva un poco schifo il pensar di bagnare le mie membra in cotanto lezzo. La Toscana era già tutta impegnata, per le ore di libertà non avrei trovato un ombrellone manco a supplicare; inoltre, era decisamente fuori dalla mia portata: partivo senza uno scudo nella bisaccia e ciò che avevo in mente di fare, per guadagnarmi il pane, difficilmente avrebbe trovato riscontro in mezzo ai VIP che ormeggiavano i loro yatch al largo. Decisi, infine, per la Liguria. Fu quella pettegola di Bianca Maria che, in una missiva, fregandosene ancora una volta della decenza, mi aveva decantato di quanto fossero ospitali anche se un poco tirchi, nonché di come avrei sicuramente trovato presto il modo di riempire la bisaccia in mezzo alle mulattiere scoscese della città. Il viaggio non fu dei più facili, avevo trovato di meglio in passato, ma mi sono sempre adattata ad ogni situazione, come da storia che sapete tutti: vi pare che se fossi stata schizzinosa, avrei accettato di innamorarmi di un Montecchi? No, mi sarei adagiata alla corte di Francia e avrei fatto la vita da signora! A Genova non sapevo dove andare a dormire, Bianca Maria era partita per i campi, ogni locanda era impegnata e per qualche sera mi adattai a dormire al riparo dell'androne di un lussuoso palazzo. Ogni mattina ne usciva un tipo alto, con gli occhiali, che mi guardava di traverso: mi faceva paura, anche perché, quando lo fissavo in faccia, non sapevo bene dove guardava, c'aveva un leggero, leggerissimo strabismo ma Sant'Iddio, quanto era magnetico il suo sguardo! Il terzo mattino che uscì, mi rivolse la parola: quasi svenni, al tono basso e baritonale ma mi ripresi prontamente e mi ricomposi, com’è consono a una damigella del mio alto lignaggio. "Senti, bella bimba, ma non hai un altro posto dove dormire?" "No, mio signore, sono scappata di casa, sono qui da pochi giorni e devo trovarmi un lavoro" "Come ti chiami?" "Che importanza ha un nome? Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d'avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Comunque, signore, mi chiamo Rosa" "Un bel nome. Hai un bel viso e una bocca deliziosa, fatta solo per baciare ed essere baciata. Che mestieri sai fare, Rosa?" "Oh, per ora nessuno, ma la mia amica Bianca Maria, che è specializzata nel mestiere più antico del mondo, qui, nella città vecchia, mi ha dato qualche dritta: sono certa che, con un poco di buona volontà, l'allieva supererà la maestra. Perché, vedete, signore, c'è chi il mestiere lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, io né l'uno e né l'altro, io lo farò solo per passione".
Va bene, confesso, è tutta una storia inventata. Io morii e piansi per sempre Romeo, non andai mai a Genova e mai conobbi Fabrizio. Lo so che siete tutti sui cinquanta e dintorni, anno più, anno meno e che la canzone di De Andrè la conoscete tutti. Perdonate, dunque, questo mio peccatuccio letterario, ma non scagliate la prima pietra, che c'avete le diottrie in calo e non vorrei mai che, per sbaglio, mi prendeste pure.
December 29 ParoleE' da agosto che non scrivo più nulla qua sopra. Ho scritto in altro luogo, quando le parole sono venute. Ne ho masticate, sputate, deglutite e a volte pure vomitate. Alcune erano di fiele, hanno lasciato un amaro denso come tartaro. Altre, invece, sono dolci al ricordo. Ma sono andate: tutte, indistitamente. Oggi è un giorno perfetto per lasciare una traccia di me. Ero qui, ora sono altrove. Che importa? Ciò che conta, in assoluto, è esserci ancora.
August 10 IL TALLONE DI ACHILLEHo visto Tagliarol vincere la prima medaglia d’oro per l’Italia. Emozione allo stato puro, il suo sogno nel cassetto si è realizzato, è lì, sul suo petto, ciondolante da un nastro di seta rossa che gli ha messo al collo il principe di Monaco (o è diventato Re?). Anche io, tanti anni fa, ne volevo vincere una. Ero piccola, ai tempi, e non avevo capito che l’intervento subito all’età di dodici mesi, per allungamento del tendine di Achille, avrebbe stroncato poi ogni velleità sportiva ad alti livelli. Quando scelsero il Rizzoli, ai tempi la clinica ortopedica più famosa in Italia, i miei genitori non sapevano che quando qualcuno nasce sfigato, non c’è corno rosso che tenga. L’intervento riuscì. Così assicurarono i medici ai miei genitori che però non si davano pace, sentendomi piangere per ore e ore. Il gesso che mi avevano fatto, dal piede alla coscia, lasciava fuori solamente tre dita. L’infermiere, sollecitato da mia madre, veniva, controllava la temperatura delle dita con le mani e la temperatura corporea col termometro. Tutto nella norma, diceva a mia madre che tutto andava bene, con un tono quasi scocciato; non posso ricordarmelo ma lo immagino, il viso di quell’infermiere. Mio padre non era rosso per il freddo che pativa a fare avanti e indietro con la sua Guzzi Galletto da Sassuolo a Bologna, tra un turno in fabbrica e l’altro: era la rabbia dell’impotenza per non poter far cessare quel pianto interminabile. Mia madre piangeva anche lei in un angolo e singhiozzava che lei sapeva, che lei sentiva che qualche cosa non andava. Nulla riusciva a dissuaderla di ciò. Mio padre prese un medico per un braccio, il primo che passava, magari era un povero pischello che nulla c’entrava. Lo portò di fianco al mio letto e gli disse, papale papale: “O aprite il gesso a mia figlia o lo faccio io, con questa mannarina”. Il dottorino forse ebbe paura che quel fisicaccio gli mettesse addosso quelle mani nere e callose, che intuiva dotate di una forza incredibile o forse dello strano aggeggio ricurvo che quelle mani agitavano con fare minaccioso. Ubbidì alla richiesta di mio padre. Segò il gesso. Lo spettacolo che si presentò ai loro occhi fu degna di uno dei migliori effetti speciali truculenti di Sam Raimi: la carne della caviglia era poltiglia e i vermi pasteggiavano allegramente fino al tendine. L’urlo che cacciò mio padre tirò giù dalle brande il Rizzoli intero: mi portarono nuovamente in sala operatoria a ripulire il disastro e rifarmi un gesso con una bella finestra sulla caviglia. Il mattino dopo, da quella finestra, iniziarono a bombardarmi di radiazioni per accelerare la cicatrizzazione. Dopo circa due mesi venni dimessa, con un gesso fino a metà coscia che portai fino all’età di quattro anni, quando venne programmato il secondo intervento. Stavolta, però, il mio medico curante consigliò ai miei genitori una clinica privata, Villa Salus: sarei stata operata dal Professor Oscar Scaglietti, nome noto in Italia per le sue tecniche di ortopedia pediatrica. Non ho mai saputo quanto costò quell’intervento: sicuramente molte rinunce. L’intervento riuscì, il Professore salvò il salvabile che c’era. I ricordi del Rizzoli non ci sono, quelli di Villa Salus sì, nebulosi come non mai, ma mi vedo, in carrozzina, spinta da mia madre, nei viali sassosi con altissimi alberi attorno. E mi vedo, con il mio nuovo gambaletto di gesso: una conquista! Da metà coscia, partiva solamente dal ginocchio. Lo portai per qualche mese, poi le scarpe ortopediche ed un tutore notturno, per tenere il piede in asse. Le due cicatrici che percorrono il mio polpaccio al quale non si è sviluppato come l’altro il muscolo, la cicatrice della caviglia, le due ultime dita più corte delle altre, sono il ricordo della mia sfiga. Dicevo, all’inizio di questa pagina, che verso i dodici anni facevo moltissimo sport: nuoto, tennis, salto in alto, pallavolo. Ci sono leggi di compensazione che mi permisero di sviluppare una potenza muscolare incredibile nella gamba “buona”: vinsi i regionali di salto in alto senza alcun allenamento specifico, ero un centrale di pallavolo invidiato dalle squadre locali e per un anno calcai pure i parquet della serie A, dopo anni di Prima Divisione, di serie D, serie B e A2. Ma non arrivai mai alle Olimpiadi. Oggi, dopo aver visto la gioia nel volto di quel venticinquenne trevigiano, mi sono messa le scarpe da ginnastica. Ho preso l’auto, sono andata in collina, ho parcheggiato e mi sono messa a correre. Non riesco a camminare molto, la mia gamba sinistra dopo un poco fa cik ciak, ma oggi ho corso, ho corso tantissimo, fino a che le gambe erano due pezzi di legno che non mi reggevano più. Mi sono sdraiata in un prato, a gambe e braccia aperte, a riempirmi gli occhi di cielo. Il sudore mi appiccicava l’erba alla schiena mentre grondava da ogni poro. Ma ero felice, come Tagliarol. Anche io, oggi, ho vinto la mia medaglia d’oro. Nessuno mi ha messo sul podio più alto, ma dentro di me io cantavo l’inno di Mameli.
June 17 L'ANGELO CHE VOLEVA ESSERE DIOQuella mattina entrò dalla porta un uomo con una divisa differente. Era alto e magro. Parlò a me ed a Mihovil in una lingua che non conoscevamo. Cercava di sorridere tra le lacrime. - вы приходите немногая одни закончены Afferrammo la mano che ci tendeva: non saremmo riusciti da soli a sollevarci dal nostro giaciglio. ***** - Schnell, schnell, muovetevi! Voi due, da questa parte, voi altri di là, assieme agli altri bambini, le donne in fila lungo questa linea, gli uomini si preparino alla visita medica… In fretta, siete qui per lavorare … schnell, schnell… Queste urla ci accolsero quando il treno si fermò all’interno di un cortile. Si entrava da un grande cancello di ferro. Sopra, una scritta a confermare le voci di speranza che serpeggiavano: ci avevano mandati davvero in un campo di lavoro, gli orrori di cui sentivamo sussurrare erano solo menzogne. Tante voci gridavano e si sovrapponevano in ordini secchi. Io e Mihovil fummo spinti verso un capannello di altri ragazzini. Avevano tutti la stessa caratteristica mia e di mio fratello: coppie di gemelli, maschi e femmine di età diverse, con un Gefreiter che vigilava. Ci unirono a un altro gruppo di bambini lì a fianco e ci portarono in una baracca di legno. Una volta all’interno, ubbidendo ai comandi del Gefreiter, ci sistemammo e ci guardammo attorno; qualche sorriso iniziò a fiorire. Era bello trovarsi, non ci conoscevamo ma avremmo presto fatto amicizia e giocato insieme, dopo i turni di lavoro che ci sarebbero stati assegnati. Il mattino dopo venne al blocco il dottore, il capo di tutti gli altri medici. Non aveva una faccia cattiva, sorrideva mentre tracciava sul muro del blocco una riga. Pensammo volesse insegnarci un nuovo gioco. Ci mandò tutti quanti appoggiati alla parete: quelli che non arrivavano alla linea, li raggrupparono da una parte. Erano troppo piccoli, sicuramente il dottore li avrebbe assegnati a lavori più leggeri di quelli previsti per noi che superavamo la riga di tutta la testa. Ai più piccoli fu ordinato di prendere i loro fagotti e uscirono, contenti della novità. Non li vedemmo mai più. In nessuna parte del campo. Però era talmente grande che li avevano sicuramente sistemati nelle baracche accanto al filo spinato, ad est, vicino alle donne. Io e Mihovil facemmo amicizia con una coppia di gemelli della nostra età. Ci dissero che venivano da Varsavia, in Polonia. Io e mio fratello eravamo bravi a scuola e sapevamo che la Polonia era molto lontana da dove venivamo noi. Erano molto simpatici Krzysztof e la sua gemella Elżbieta. Con loro fummo accompagnati da un Wehrmacht dal dottore, quello del gioco della linea sul muro. Zio Pepi, così voleva che lo chiamassimo, stava alla scrivania con un gran sorriso sulle labbra. Ci offrì caramelle e ci indicò una stanza di fianco, ordinandoci di fare una doccia perché non eravamo puliti abbastanza. Ubbidimmo sotto gli occhi vigili del Wehrmacht che, finito, ci riportò davanti al dottore. Ci fece sdraiare tutti e quattro, uno di fianco all’altro, sui lettini che stavano in fondo alla stanza; ci disse che dovevamo tenere la testa fuori, in modo che l’Herrenfriseur potesse raccogliere i capelli che avrebbe tagliato nelle vasche sotto, sul pavimento. All’inizio solo Elżbieta era indispettita e piangeva forte, protestando: non voleva che i suoi lunghi capelli scuri finissero nella vasca, ma ad un comando secco di zio Pepi cessò immediatamente ogni lamentela. L’Herrenfriseur iniziò una procedura che non conoscevamo e faceva male, molto male: usava le mani e ci strappava i capelli con molta forza, fino a strapparne la radice assieme a brandelli di pelle. Non riuscimmo a trattenerci nessuno dei quattro, e cominciammo a piangere dal dolore. Zio Pepi controllava che l’Herrenfriseur facesse il suo lavoro. Non pareva sconvolto dal sangue che iniziava a uscire. La tortura finì quando fummo rasati quasi del tutto. Per finire, l’Herrenfriseur passò le nostre teste nude con un rasoio affilato, rendendole bianche e spettrali. Elżbieta singhiozzava, io Mihovil e Krzysztof cercavamo di trattenerci ma il dolore era tanto, la testa ci bruciava come se ci avessero passato sopra dei tizzoni ardenti. Zio Pepi era molto irritato dal pianto di Elżbieta: fece chiamare dal Wehrmacht un altro dottore, che entrò poco dopo, battendo i tacchi ed alzando il braccio destro in segno di saluto. - Heil Hitler, Lengyel, la ragazzina è pronta per le analisi del sangue. Sai già che devi fare. La prese per un braccio, incurante del suo pianto disperato e sparirono entrambi dietro una porta. Elżbieta non tornò più alla baracca e Krzysztof pianse tutta la notte. Io e Mihovil provammo a consolarlo ma non ci fu nulla da fare, Krzysztof continuava a disperarsi. Tra un singhiozzo e l’altro iniziò a parlare. - C’è una storia sui gemelli che mi raccontava sempre mia nonna. Quando io e mia sorella le chiedevamo come mai succedeva che invece di un bambino solo ne nascessero due, ci diceva che tutti noi siamo in due, un bambino ed il suo angelo. Nei gemelli l’angelo non rimane invisibile ma diventa l’altro uguale. Ci diceva che era questo il motivo che quando io cadevo a terra e mi sbucciavo un ginocchio, anche Elżbieta sentiva lo stesso dolore, perché lei non era me ma era anche me. E quando Elżbieta era triste, anche io, dopo un poco, diventavo triste. Io ora so che ad Elżbieta è successo qualche cosa, che non è più corpo, che è invisibile, perché non sento più il suo dolore. Lei ora è di nuovo un angelo senza corpo. Io e mio fratello ci abbracciammo stretti per scaldarci dal gelo della verità delle parole di Krzysztof; sapevamo che era così, come gli aveva raccontato la nonna. - Tutti abbiamo un angelo invisibile; noi gemelli siamo solamente più fortunati, ci vediamo negli occhi, ci tocchiamo. Ci amiamo. Anche zio Pepi ha il suo angelo; lui gli è amico ma zio Pepi non gli vuole bene: lo guarda con disprezzo, non lo ascolta quando vorrebbe impedirgli di fare del male. Zio Pepi crede solamente che sia uno dei tanti amici che sono con lui. Ma il suo angelo lo sa bene che l'amicizia è amore senza le sue ali. Ci trovarono una mattina di gennaio. Noi tre fummo fortunati, io ne posso scrivere e Mihovil mi aiuta a ricordare. ***** Guarda che ho trovato nella vecchia cassapanca: è un quaderno del nonno scritto poco dopo la liberazione del campo. Ci ha parlato tante volte del suo amico Krzysztof… Sai, è strano che sia tuo nonno che Mihovil siano morti assieme dopo essere sfuggiti agli esperimenti di onnipotenza di Mengele ad Auschwitz. Credo che il nonno e Mihovil abbiano deciso di tornare ad essere angeli assieme per beffare l’angelo della morte. Due candidi vecchietti, lassù, ora, a sorridere di chi voleva essere Dio. May 25 ventiquattromaggioduemilaottoNon so se riuscirò a trasmettere in questi righi l’emozione che mi ha fatto svegliare presto stamattina. Era dal tredici febbraio del 2004 che non facevo una serata: ritrovarci alle otto, andare a cena tutti assieme e poi dirigerci al locale, , controllare che al bar fosse tutto a posto, che gli appendini al guardaroba fossero sufficienti per i clienti che ci auguravamo sarebbero accorsi numerosi, che i buttafuori fossero microfonati per ogni evenienza, che l’acqua nei servizi igienici fosse stata aperta e per, infine, aprire la cassa. Ieri sera sarebbe stata diversa: non sarei più stata io il riferimento degli organizzatori: la radio non esiste più da mesi, le frequenze non trasmettono più nell’etere la mia musica. Esiste, però, quello che Matteo ed Alessio hanno creato da un computer: una radio in streaming, che fa scivolare la musica sulle vie incredibilmente senza confini di internet, un tam tam di amici virtuali su myspace e via, spazio alle nuove generazione ed ai nuovi sistemi di comunicazioni, com’è giusto che sia. Ieri sera, dopo quattro anni, il locale che aveva ospitato noi vecchi ogni sabato sera riapriva i battenti, dopo lunghe peripezie burocratiche chi aveva rilevato il locale poteva nuovamente aprire i battenti al pubblico. Come posso spiegare cosa ha rappresentato l’Oasis nella storia musicale modenese? Non lo si può spiegare perché occorre averlo vissuto sulla pelle, averci sputato sangue ogni sabato sera per undici anni per comprendere la sensazione di trionfo che aleggiava ieri sera, al tavolo del ristorante che vedeva assieme le vecchie (io) e le nuove generazioni. Mio figlio Matteo ed Alessio, il suo amico, che da un anno a questa parte hanno sputato sangue assieme a me, nel vivere la morte della radio. Non si sono mai arresi, non hanno mai voluto arrendersi e ieri sera l’aspettativa che vedevo nei loro occhi era la stessa che animava i miei, ad ogni inizio di stagione. Era una serata spot, di prova, per vedere se ancora, come allora, la presa del nome della mitica emittente, ora leggermente ma strategicamente modificato, fosse identica a quella che aveva fatto muovere folle di gente. Folle, sì. Una marea di teste. Che alle due di stanotte si agitavano in pista, con le braccia alzate. Gioia allo stato puro, soddisfazione, senso di trionfo, conferma. Un gesto che mi ha intenerita e commossa molto di più dei tanti che venivano a salutarci per dirci “grazie, ci avete regalato un sogno”: mio figlio, assai pudico nelle manifestazioni di affetto, che è venuto ad abbracciarmi e baciarmi. Mi ha sciolto. Se mi chiedo spesso che madre sono e mi guardo con imparzialità mi rispondo che non sono stata una buona madre per i miei ragazzi. Ieri sera però, a quell’abbraccio, mi sono data una risposta diversa: a Matteo ho trasmesso la passione di fare le cose con passione, con sacrificio e a testa dura, dimenticando gli scalini che fanno scivolare indietro ed avere sempre ben chiaro l’obiettivo da raggiungere. E quelle duemilacinquecento teste sono state la risposta.
Ventiquattromaggioduemilaotto: una data da ricordare, per tantissime cose.
. May 21 SPILLO, AGO E FILOBuongiorno bambine, oggi è il vostro primo giorno di scuola, io sarò la vostra insegnante. Mi chiamo Suor Romana; alcune di voi già le conosco dall'asilo, altre invece sono visi nuovi. Tu, ricciolina, come ti chiami?
Parole scolpite nella memoria, così come la mia figura impacciata davanti all'abito candido ed il viso buono di colei che mi si era appena presentata. Sotto il velo aveva un volto dolcissimo che ben si sposava alla voce modulata che continuava a parlare, che ci spiegava della mattina e che a mezzogiorno saremmo andate nel refettorio per il pranzo,. Poi avremmo potuto giocare un po' nel salone prima di tornare, alle quattordici precise, in aula. Ci spiegò cosa avremmo imparato nei mesi a venire ed io l'ascoltavo rapita; finalmente sarei riuscita ad imparare a leggere, a scrivere, a fare di conto. Sarei diventata finalmente grande? In quel momento pensavo di sì, che con l'ingresso nella scuola mi si sarebbero aperte le porte a quella conoscenza che potevo solo sfogare guardando le figure dei vari libri di fiabe illustrate e con le continue richieste ad una madre esausta da otto ore di fabbrica, di una lettura, una lettura sola, mammina ancora, per piacere mammina. Era una scuola privata, tutta al femminile, frequentata da rampolle benestanti. Io ero un piccolo calimero in mezzo a bambine che sapevano di buono. C'era la figlia del dottor Debbia, stimato medico; la figlia dell'ingegner Mussini, noto magnate della meccanica. Poi la piccola Piazza, il cui genitore veniva spesso nominato alla TV per i suoi servizi giornalistici. La Camellini, il cui nome vedevo ogni giorno ricordato sui teloni dei camion di trasporti della famiglia. E poi c'ero io, la piccola Alboni, figlia del signor Alboni Federico e della signora Colucci Maddalena. I miei chiamati solo quando dovevano timbrare il cartellino prima di entrare al lavoro o indicati come disgraziati dopo l'ennesimo sciopero con le bandiere rosse sventolati tra le mani. Era l'unica scuola che facesse, allora, orario continuato. Per quel motivo i miei pagavano la retta non certo alla portata di tutti perché era impensabile, per loro appena arrivati dalla campagna, lasciarmi sola per tutto il pomeriggio e quella era l'unica costosa alternativa. Le lezioni all’ istituto San Giuseppe finivano alle sedici e, con un piccolo supplemento, le bambine potevano restare nel salone a giocare fino alle diciotto. Imparai presto a conoscere le altre che prolungavano il tempo a scuola fino a che le campanelle delle fabbriche non decidevano il termine dell'orario di lavoro. Annapaola, Antonella ed io diventammo amiche nel giro di pochi giorni. Dopo le prime timide occhiate una all'altra, iniziammo a parlare tra noi, a dirci chi eravamo e scoprimmo che noi tre, di tutta la scuola, eravamo le uniche figlie di operai che poi si disse sarebbe andata in paradiso. Le figlie di mani nere e callose che però sapevano dispensare carezze calde come quelle del Debbia, del Mussini e del Piazza. A sei anni la fantasia è regina e noi tre ci inventammo il gioco di essere delle signorine ricche: ci parlavamo dandoci del Lei; eravamo la Signorina Spillo, la Signorina Ago e la Signorina Filo. Ci inventammo quei nomi da quando Suor Orsolina, la preposta al controllo del dopo scuola, ci suggerì di imparare a ricamare. E noi tre, diligentemente, imparammo. Un pezzo di battista bianca con un disegno, alcune spole di filo colorato, un ago: punto erba, punto gambero a creare dei piccoli capolavori di cucito nate da quelle mani. Che orgoglio vedere nascere quelle trame! E le fantasie che ci facevamo.. ci giurammo che una volta diventate grandi avremmo aperto un negozio ed avremmo ricamato per tutta la città. Era una promessa, un obiettivo da raggiungere e sì che decidemmo che i nostri manufatti sarebbero stati il nostro regalo di Natale a Suor Romana. Eravamo entusiaste del nostro progetto e già immaginavamo i ringraziamenti che avremmo ricevuto da Suor Romana che avrebbe sicuramente gradito il lavoro che si preannunciava di mesi e mesi da sacrificare ai nostri giochi di bimbe. Suor Orsolina condivideva il nostro segreto e ci aiutò coi nostri centrini, insegnandoci a fare un orlo a giorno che avrebbe completato la nostra creazione di fili intrecciati. I primi di dicembre arrivarono, assieme alle nostre incerte parole vergate sui quaderni dalle copertine rigide e a quelle pronunciate a voce incerta nel leggere la pagina del sussidiario. Iniziammo a insistere a casa perché i nostri regali per Suor Romana avessero una presentazione degna dell'impegno e del lavoro che Annapaola, Antonella e io avevamo fatto negli ultimi mesi. Mia madre mi portò una bellissima carta dorata con un fiocco color argento e mi aiutò a impacchettare il mio centrino ricamato, facendone un pacchetto che nulla aveva da invidiare a quelli confezionati nei negozi rinomati del centro. Venne il 23 dicembre, ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale e il giorno della consegna dei regali. Sui venti banchi facevano mostra di sé venti pacchetti dai colori variegati; il mio mi sembrava il più bello e fremevo in attesa del momento che Suor Romana lo avrebbe aperto e ammirato. Per non scontentare nessuna, decise di fare l'appello: io ero la prima. "Alboni…" Era il mio nome, mi avvicinai e con molta emozione le porsi il mio dono. Suor Romana lo aprì e mi diede un bacio sulla guancia, dicendomi grazie. Nulla di ciò che mi aspettavo avvenne, ma ero anche la prima di tutte e quindi non avevo un metro di paragone, sicuramente anche alle altre avrebbe dato un bacio e regalato un grazie così come a me. "Debbia.." Fu il momento di Mirta: allungammo la testa per vedere quale era il regalo e un oh di meraviglia fece fare il tondo a tutte le venti bocche delle bimbe ed alla bocca di Suor Romana: era una bellissima palla di cristallo con dentro un presepio di legno, minuziosamente intagliato e sul quale nevicava appena la muovevi. Un oggetto costoso perché al tempo credevo che solo le cose che costavano molti soldi fossero le più belle ed apprezzate. E ne ebbi la conferma quel 23 dicembre del 1967, quando uscii dall'aula e vidi per terra, di fianco al cestino dei rifiuti, il mio centrino tutto sporco, a fare compagnia a quello di Annapaola e Antonella. Sulla battista candida e sui colori era evidente l'orma del piede di Suor Romana che li aveva distrattamente pestati, Suor Germana li avrebbe raccolti quando sarebbe passata a fare le pulizie. Pensai, con la saggezza dei miei sei anni, che dovevo diventare ricca così avrei potuto comprare dei regali meravigliosi e non sarebbero stati pestati. Col passare degli anni, cambiai idea. Non su una cosa però: non presi mai più in mano un ago da ricamo. Ma collezionai palle di cristallo con dentro la neve. Per non dimenticare.
May 18 La festa di AntonellaDa: IlFilosofoCattani <edoardo.cattani@gmail.com>
A: La Classe V^F: Balestrazzi Morena <balestrazzimorena@hotmail.com>, Barbolini Giuseppe <g.barbolini@email.it>, Bettelli Raffaele <Raffaele.Bettelli@ausl.kr.it>, Casolari Fernando <casolarifernando@studiocasolari.it>, Cassai Liliana <lillicassai@tiscali.it>, Castellini Lucia <avv.castellini@gmail.com>, Cattani Silvio <cattani.silvio@studiocattani.it>, Cazzuoli Paolo <cazzuoli.p@tecnocasa.org>, Conte Francesco <ConteFrancesco@unicreditbanca.it>, Denti Rosanna <langolodellafrutta@fastewebnet.it>, Giuffrida Salvatore <dott.giuffrida@gruppogiuffrida.com>, Manfredini Anita <anitamanfredini@lespose.it>, Manzini Giuliano <giulianomanzini@lapam.rc.it>, Mareggini Anna <annam@heraenergia.it>, Nenci Cecilia <cecilia57@tin.it>, Oleari Loredana <loredana_oleari@vodafone.it>, Passanti Andrea <passantia@yahoo.it>, Richetti Andrea <dott.richetti@inwind.it>, Saraniti Agostino <agostinosaraniti@hotmail.it>, Settimi Maria Pia <mapisettimi@libero.it>, Vitagliano Elena <elena.vitagliano@gmail.com>, Zini Antonio <antoniozini@mondriangroup.com>
Data: Mercoledì 15 maggio 2008 ore 10.46
Oggetto: LA FESTA DI ANTONELLA
Ciao ragazzi, non riesco a chiamarvi se non così, mi perdonate? Non è passato molto tempo dall’ultima volta che ho selezionato dalla cartella della rubrica di outlook-express i vostri nomi per porgervi gli auguri di una serena Pasqua. Lo so, Fernando, che tu non hai gradito, mi avrai tirato un qualche accidente; ma mi conosci, sai che mi fa piacere ricordare tutti voi, te incluso, volente o nolente. Quanti anni sono passati dall’estate del 1978 quando il sole ci vide tutti freschi di diploma… Tanti. Trent’anni sono tantissimi; sono diecimila novecento cinquanta giorni, sono duecento sessanta duemila ottocento ore, sono quindicimilioni e settecento sessantottomila secondi. Una vita. E nonostante siano passati tanti giorni, ore e secondi, ci siamo ancora, come allora, non abbiamo perso per la strada il gruppo che eravamo sui banchi di scuola, il gruppo che sarà sempre ricordato come I mitici della V^F. Con Salvatore, Giuliano e Anna la frequentazione è abituale, con altri è più sporadica; alcuni mi hanno accusato, all’ultimo incontro al Gallo Azzurro, di farmi sentire solamente per un aumento di fido o per una consulenza per la successione del patrimonio di famiglia. Oltre che per i canonici auguri di Buon Natale, Serena Pasqua. Non ho mai dimenticato il compleanno di nessuno di voi di questa mailing list; credo che solo da quello possiate capire quanto ancora vi ho tutti quanti nel cuore. Tu, Lele, mi hai strigliato per bene quando sono arrivato preoccupato nel tuo studio e mi hai chiesto quando avevo fatto l’ultimo controllo della pressione e le analisi del sangue. E tu, Anita, mi hai fatto tenerezza quando mi hai detto che ti saresti offesa a morte se non ti avessi commissionato il disegno dell’abito da sposa di Anna: la mia unica figlia da chi poteva essere vestita se non da te, nel suo giorno più bello? E non era solo bella, tu le hai cucito un abito meraviglioso... Bene o male, ragazze e ragazzi, non ci siamo mai persi di vista; anche se le nostre strade hanno preso sensi diversi, non abbiamo permesso che non ci riconoscessimo più ai nostri incontri, siamo invecchiati assieme ed assieme, seppur divisi, siamo ancora qui, ognuno di noi al suo computer, io a scrivere e voi a leggere, senza chiedersi chi è il mittente di questa mail, riconoscendone il nome. I nostri nomi, scritti dalla Muscio in ordine alfabetico sul registro di classe, scanditi ogni mattina. I nostri nomi sul bigliettino di invito ad ogni diciottesimo compleanno. Le nostre feste… Vi ricordate, ragazze, come ci giudicavate infantili noi maschietti? Io lo ricordo benissimo; non a caso Antonella si è degnata di guardarmi solamente dopo molti anni. Non mi vide più come un maschietto insulso seppur divertente, e mi scelse come compagno quando il diploma era ormai un ricordo e le nostre lauree incorniciate fecero mostra di sé nella nostra casa. Tutti voi assieme, al tavolo, alla nostra festa di nozze: un ricordo inciso per sempre nella memoria, assieme alla vostra allegrezza ed ai vostri scongiuri, perché non avreste voluto seguire per almeno dieci anni la nostra scelta di mettermi un cappio al collo. Antonella sorrideva sempre quando parlavamo di quel giorno, e di come mi fosse rimasto così indelebile in testa, in tutti questi anni, senza mai sbiadire in nessuna pennellata. Lei, invece, ricordava la festa al Dude, quando invitammo ad esibirsi quei pazzi svedesi dei Christiania: qualcuno si ricorda, come lei, la faccia di Mauro quando si trovò davanti quella bionda stanga di 1.80 tutta nuda? Ammettilo, Mauro, che nel bagno non ci sei stato venti minuti per un attacco di dissenteria ma per altro, sono passati trent’anni anni, puoi confessarlo che, tanto, nessuno oserà appellarti come onanista… E tu, Rosanna, non avrai mai il coraggio di dirlo pubblicamente che quando Paolo ti sventolò sotto il naso il Male che taroccava la testata di Repubblica, con la scritta cubitale che era scoppiata la terza guerra mondiale, uscisti per correre a casa ad avvisare mamma e papà al negozio di frutta, vero? Siamo stati tremendi. Ma mai cattivi, perfidi forse, bastardi anche, ma mai con intenzioni cattive. Alcuni di noi bastardi e vermi più che altri. Chissà se il prof. Giacobazzi è mai stato sfiorato dal sospetto che le quattro ruote della sua auto fossero state tagliate da Franco, incazzato nero dopo un’interrogazione non programmata… Sto divagando, come sempre divago, non a caso il nomignolo con il quale mi avete sempre appellato era Il Filosofo. Vengo al dunque di questa missiva che doveva essere breve e concisa ma che come sempre, quando vi scrivo, non riesce a mantenere l’intenzione con la quale è stata iniziata. Non c’è molto preavviso, me ne rendo conto, ma sono anche certo che vi libererete per la festa che Antonella ha organizzato per venerdì mattina alle 11 precise; ci tiene moltissimo alla vostra presenza e spera che si ricrei il clima che ha sempre caratterizzato i nostri incontri, pieni di allegria e spensieratezza che non è stata sfiorata dal passare di diecimila novecento cinquanta giorni, duecento sessanta duemila ottocento ore, quindicimilioni e settecento sessantottomila secondi. Si è raccomandata una cosa solamente, di dire alle ragazze di non vestirsi di nero e di non trovare la scusa che il nero smagrisce, non vuole sentire ragioni ed è stata irremovibile e ferrea su questo, e non occorre che vi ricordi com’è Antonella quando esige qualche cosa: vi vuole colorate, coloratissime ad accompagnarla. A voi ragazzi raccomanda invece di ritrovare la cravatta del diploma, quella che avete indossato il giorno degli orali dell’esame, coi disegni dei cartoon di Disney. Eravamo così buffi… L’appuntamento, come ho detto, è alle 11 precise, alla Chiesa Parrocchiale. Non datele un dispiacere, liberatevi vi prego dei vostri impegni e non mancate all’ultima festa di Antonella. Sarà un bel regalo per lei, da conservare per sempre nel suo cuore, lassù, mentre vi guarda e ci aspetta, per ricostituire la squadra dei diplomati del 1978 del liceo Matteotti. Vi saluto, amiche e amici miei. Ci vediamo venerdì. Edoardo April 26 D'acciaio e cuoioLa lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio, accompagnata alla scrivania dai passi strascicati della vecchia Umberta. Paolo prese la busta dalle mani della domestica e la poggiò di lato, ritornando col capo sul lavoro che aveva davanti, non prima di essersi chiesto chi mai poteva ancora scrivere lettere non commerciali o pubblicitarie nell’era della comunicazione digitale. Le prime ombre della sera già si allungavano sul freddo pomeriggio di febbraio e la lampada che stava sulla scrivania faticava a portare luce alle ombre dell’ambiente. Si stiracchiò, togliendosi gli occhiali dal naso, e si accese la pipa, ritardando il momento di aprire la lettera. Era una semplice busta bianca, senza mittente, con il suo nome e cognome vergato in stampatello. Il francobollo era stato annullato due giorni prima col timbro dell’ufficio postale di Roma succursale 081, quello di via Salaria. Fece mente locale, ma non gli venne in mente nessun conoscente che potesse abitare in quella zona. Riempì nuovamente il fornello della pipa e aspirò profondamente; non sapeva perché ma avvertiva un soffio gelido che gli alitava sulla nuca. Tante altre volte aveva percepito lo stesso, identico gelido annuncio di presagio; sempre era stato annunciatore di notizie che, ogni volta, lo avevano schiacciato. Andò con la memoria ad una busta simile, consegnatagli tempo addietro in uno studio asettico ed accompagnata dalle parole di un medico. Pensò a quanto freddo sentì dentro quel giorno, come se tutto il diaccio vento di maestrale lo stesse investendo mentre udiva come il mostro famelico avesse già allungato i tentacoli all’interno del corpo di Piera, la sua compagna di sempre. Rabbrividì al ricordo e pensò a sua figlia. Molto dolore aveva abitato la loro casa da quando agli ordini impartiti con la voce squillante di Piera si era sostituito il non voluto silenzio, unico ornamento del pranzo e della cena. Aveva dimenticato di avere una figlia poco più che adolescente; la ritrovava al rientro dalle lezioni universitarie, ma non la vedeva. Non osservava che Angela si era fatta donna e che il suo viso era spento. Un volto grigio che gli chiedeva aiuto in silenzio, ma era il muro dello sguardo vuoto del padre ciò che riceveva come risposta. Il brivido si fece ancora più intenso e Paolo si decise. Prese il portacarte d’acciaio ma si bloccò all’ennesimo ricordo che lo aggredì violentemente: lui e Piera, a Parigi, a passeggiare sulla Rive Gauche. Un negozietto polveroso pieno di oggetti da scrittura preziosi. Piera che entrava sorridendo, lasciandolo sulla porta, stupito. Lei che ne era uscita con una parure di cuoio nero e di lucido acciaio. “E’ per la tua scrivania. Ti assomiglia: il nero, come il tuo carattere ombroso, e l’acciaio, duro e invincibile come tu sei”. Sentiva nelle orecchie la sua voce e aveva negli occhi il suo sorriso; faceva ancora molto male, nonostante fossero passati anni e anni. Sospirò profondamente e aprì la busta. TI SEI MAI CHIESTO DOVE VA OGNI SERA TUA FIGLIA? POTRESTI VENIRE A FARE UNA VISITA IN VIA VERDI, IL CIVICO E’ IL 516. BASTA CHE ALLA PORTA DICI CHE TI MANDA ELIO: E TI FARANNO ENTRARE. UN AMICO. Chi poteva essere quest’amico? Che cosa poteva mai esserci in Via Verdi a quel numero? Che c’entrava Angela in quella storia? Fuori, il buio aveva acceso i lampioni. Rilesse più volte le poche righe, ponendosi ripetutamente le stesse domande. Umberta venne ad avvisarlo che era pronta la cena e che Angela era già a tavola, in attesa che lui la raggiungesse. Paolo si scosse e scese nella sala da pranzo. Di fronte a Angela, cercava di capire, ma vedeva la solita figlia di sempre, i capelli biondi raccolti in alto, come li portava la madre, un malinconico sorriso velato e poche parole per lui, come sempre. La osservava mentre cenavano e sulla lingua premeva una domanda che non rivolse. Quando la figlia si alzò, riuscì solamente a domandarle dove andava. La risposta evasiva di lei gli fece prendere la decisione: avrebbe seguito il consiglio dell’amico e sarebbe andato all’indirizzo. Doveva sapere. Gli era necessario conoscere la verità, anche se il freddo che sentiva dentro già raccontava di un nuovo dolore da affrontare.
Arrivò all’anonimo ingresso della trafficata via che erano già le dieci di sera; c’era molto movimento di gente che entrava e usciva: soprattutto uomini, molto ben vestiti e con un’aria arrogante e soddisfatta sul volto. Seguì le istruzioni dell’amico ed entrò. Dalla facciata anonima del palazzo non poteva immaginare l’opulenza delle stanze che lo accolsero: un ampio salone con lucidi pavimenti di marmo che riprendevano il perimetro della sala con colonne altrettanto levigate, un lampadario immenso di cristallo che pendeva al centro con mille fioche lampadine e un numero imprecisato di divani di pelle color avorio a circondare una piccola e luminosa pista da ballo, sulla quale si muovevano, sinuosamente, alcune giovani donne. Al bar, in fondo al salone, vedeva parecchie ragazze completamente nude sugli sgabelli, a intrigare uomini che le soppesavano con lo sguardo, che le palpavano nelle intimità, come fossero carne in esposizione. Nel riconoscere uno chignon di capelli biondi, su una schiena perfetta e dalle linee dolci di violino, sentì il cuore fermarsi ed il fiato non arrivare più a riempirgli i polmoni, lasciandolo con una sensazione di soffocamento. Angela si girò, fissandolo per un istante, riconoscendolo, ma senza avere il minimo sussulto, né di stupore né di altro. Il gelo era l’unico abito che vestiva Paolo in quell’istante. Riuscì a contenere il conato di vomito fino a che fu nuovamente nella strada piena di luci, ma Paolo vedeva solo il buio. L’unica immagine che aveva negli occhi era la figlia, nuda, toccata dalle mani luride di quegli uomini, alcuni anziani quanto lui, e lo sguardo di completa apatia con il quale li lasciava fare. No, non poteva essere la sua Angela Non ebbe altro negli occhi fino a che non fu chiuso nuovamente nel suo studio. Si prese la testa tra le mani ed iniziò a piangere. Per se stesso, per Piera, per Angela. Piangeva su quanto aveva avuto e quanto aveva perso, su quanto aveva permesso si perdesse, lasciandolo andare con la sua indifferenza e con il suo egoismo. Prese un foglietto candido e la penna.
Umberta si svegliò per il colpo e trovò Paolo col capo chino sul suo sottomano di cuoio nero e di lucido acciaio, la penna stilografica ordinatamente riposta di fianco e, davanti, un piccolo foglio sfregiato di rosso.
d'acciaio e cuoio mi rivestì un sorriso di durezza e d’ombra il mio abito migliore indossato stasera per occasione speciale che non mi ha riparato da freddo vento di maestrale
ha soffiato forte a portare lontano, per sempre, la tua voce April 01 Incipit_andoL'ho conosciuta otto anni fa. Frequentava il mio corso. Ci avevo pensato tantissimo prima di spedire quella maledetta mail con la quale confermavo la mia iscrizione. Se avessi saputo cosa aveva in serbo per me quel destino bastardo, avrei invocato, in quel momento, il blocco totale dell’ADSL. La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio, sul vassoio del maggiordomo di Incredible mail ed accompagnata dal solito scampanellio della posta in entrata: era la ricevuta di ritorno della mia missiva che poneva fine ad ogni mio dubbio. Il dado era tratto ed ero ufficialmente iscritta al corso promosso dal comune, destinato a tutte le casalinghe fancazziste di mezza età e, quindi, anche a me. Mia nonna mi insegnò a leggere. Mia nonna mi mostrò i libri e mi trasmise il suo amore per loro. Non mi insegnò, però, a fare alcun passo di danza e questo mi segnò per sempre l’esistenza. Credo che nella sua tomba si sia ribaltata dalle risate quando, il pomeriggio che avrei dovuto partecipare alla prima lezione, feci le prove davanti allo specchio della mia stanza da letto. Oh, ero bellina, che credete: mi ero messa un reggiseno rosso fuoco, un pareo acquistato da un vù cumprà l’estate prima a Paestum; l’immagine che mi rimandava lo specchio era strepitosa. Peccato che la figura che cercava di fare mosse sensuali, muovendo il bacino al ritmo della musica arabo-andalusa, mi ero fatta prestare il CD dai marocchini che abitavano al piano di sotto, andasse da tutte le parti meno che a tempo. Sempre per colpa della mia nonna… Abitavo a due passi da un negozio di cravatte, in una via secondaria di una città del nord; mentre mi osservavo allo specchio pensai che una cravatta colorata, da cucire al pareo, avrebbe nascosto quei lardelli di ciccia insolenti che non mi facevano da salvagente. Mi decisi a scendere, non prima di essermi messa il mio cappotto da milite russo in ritirata a coprirmi le forme seminude. Maggio ad Abbiate Grasso è un mese caldo, meditabondo. Le giornate sono lunghe e umide. Avrei sicuramente fatto girare parecchie teste con il mio abbigliamento fuori stagione, ma non me ne curai minimamente. D’altra parte in paese mi chiamavano Rosina La Pazza non per niente. Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Rosa Scognamiglio: i miei compaesani potevano chiamarmi come volevano, mica mi fregava niente, a me, alla Rosa. Dicevo che la conobbi otto anni fa, al corso di danza del ventre. A vederla era magrissima, la Giasmin, le ossa si vedevano eccome e noi tutte iscritte al corso, che di magro avevamo solamente il portafoglio, la invidiavamo da morire, con le nostre pance un poco flaccide ed i cuscinetti dell’amore a ingioiellarci il giro vita. Mi piacque talmente tanto che continuai a frequentare il suo corso durante gli ultimi otto anni, fino a che Giasmin non ci ha comunicato, stamattina, che non poteva più essere la coreografa delle nostre perfomance perché l’hanno assunta come cuoca a tempo pieno alla mensa di Via Fatebene Fratelli. Ora sono qui, con questa volantino pubblicitario in mano, indecisa sul da farsi. “Sono aperte le iscrizioni per il nuovo corso di mimo istituito dal Comune di Abbiate Grasso e destinato a tutti i cittadini, maschi e femmine, di età compresa tra i quarantacinque ai cinquantacinque anni”. Insomma, la danza del ventre non l’ho imparata in otto anni, magari la mia strada è diventare un mimo famoso come Marcel Marceau e stupire con effetti speciali, all’età di quarantanove dico quarantanove anni, le platee internazionali. Visto mai… Verrei sicuramente citata pure da Wikipedia e già vedo il mio nome a caratteri cubitali nei cartelloni davanti ai teatri: siamo lieti di presentarvi……… Rosa Scognamiglio da Abbiate Grasso…… Invece di scrivere una mail però stavolta vado a vedere di persona di cosa stiamo parlando. Con il mio volantino in mano mi dirigo all’indirizzo. Lo stabile dove si terrà il corso fa parte del nuovo complesso residenziale in zona Fiera. Una macchina si ferma al semaforo. Un attimo e ne scende una ragazza alta, bella. Controllo sul volantino il limite di età e questa bella patacchina mica ci rientra. Vero è che oggi la medicina estetica fa miracoli, ma questo chirurgo, nel caso, sarebbe Gesù Cristo sceso nuovamente in terra a ripetere per la storia miracoli incomprensibili. Mentre faccio queste riflessioni, mi avvicino al civico che è la mia destinazione. Sopra la cornice della porta c'è una placca metallica lunga e stretta, rivestita di smalto. In un bell’azzurro carico, c’è scritto in bella grafia Mimica & Dintorni: la mia meta. Mimica so che è, sono i dintorni che mi preoccupano ma ormai sono qui e non sarebbe da Rosa Scognamiglio non entrare, poi la mia determinazione mica è cotica di zampone emiliano, è pelle di salame brianzolo. Entro decisa. La voce femminile si diffonde dall'altoparlante, leggera e piena di promesse come un velo da sposa. E’ talmente insinuante che io, che leggo sempre Novella 2000 da quando mi sono disinnamorata dei libri della nonna, so per certo contenere in sé messaggi subliminali che faranno sì che chi ascolta, andrà immediatamente al banco iscrizioni e apporrà la sua firma al modulo di partecipazione, incurante degli zeri che coronano il costo del tutto. E vi pare che la Rosa resti indietro? Non sia mai detto. Però sono un poco incerta: dopo la danza del ventre non è che il corso di mimica ci azzecchi poi molto, forse dovevo dirottare su un corso di danza scozzese, quelli che avrebbero visto qualche bel signore danzare in gonnellino sulle note di Gary Owen con i gioielli a fare capolino da sotto le pieghe. Esito ad apporre il nome, il bel nome grave di tristezza su questo sentimento, del quale la noia, la dolcezza mi ossessionano. No, perché mica è facile chiamarsi Rosa: tutti pensano che io sia triste e dolce come una noisette dal dorato intenso che si sta smorzando con dolcezza nella noia dei pomeriggi sempre uguali. Io ci ho provato, assieme a Giasmin in quella palestra dai profumi orientali, a renderli vivi; ci ho provato per otto lunghi anni, ma risultati scarsi. Mi viene in mente che adesso la Giasmin, però, sente l’odore di aglio e cipolla e che al posto delle ampie sottane sgargianti, e del diadema sui suoi capelli scuri, deve indossare un grembiule ed una cuffia bianca in testa. Se lo merita, la prossima volta impara a non italianizzare il suo nome. Vabbè, accantonate le speranze di diventare una famosa danzatrice del ventre, mi iscrivo e mi applico per diventare mimo. A quarantanove anni dico quarantanove, potrò bene diventare qualcuno e trovare il mio posto al sole? Un omarello, magari, è un desiderio da genio della lampada? La mia nonna ci ha provato a farmi amare i libri, per qualche tempo c’è pure riuscita ma mica ci ho trovato un marito con le parole. Ci ho provato con il far ruotare il bacino: niente, sto impedita, persino le scope di Fantasia sono più agili di me. Ci provo con la mimica: il cerone bianco nasconde le rughe e ci riuscirò. E fanculo pure la Giasmin. Te lo dice Rosa Scognamiglio, che sono io me. Stretta la foglia larga la via dite la vostra io ho detto la mia March 22 Linea di ginestra
L’uomo ha lo sguardo spento, vuoto. Lo osservo, mi incuriosisce il colore liquido delle sue iridi: sono pallide, come se le avesse lavate per non farle brillare sotto la luce artificiale del lampione. Sotto gli occhi ha scure rughe di sofferenza cresciute nella notte; domattina saranno forse spianate, l’uomo ci spera, ma sa anche che ad ogni notte ritorneranno, a ricordargli uno ad uno i ferri uncinati che gli strattonano il cuore e ne fanno pastura per i cani randagi che vengano ad azzannarlo nel silenzio. La bocca ha labbra sottili, fini, sembrano gelide a vederle così; nel pallore del volto spiccano anche se pallide e tirate. Danno idea di essere labbra poco abituate ai baci, labbra che temono di darli e di riceverli, forse per il timore di restarne ustionato dalla tenerezza che in un bacio è racchiusa. E’ ingobbito, insaccato, ha perso vigore anche il suo corpo, subito dopo che il suo spirito l’ha lasciato per andare a rifugiarsi nel passato. Si è smarrito in un tunnel del quale ha visto l’ingresso ma del quale, ora, non riesce a trovarne l’uscita. Ha paura quell’uomo. Glielo leggo nella voce strozzata con la quale dice “aiutami”, tendendomi una mano. Lo ascolto nelle mani che si porta al volto, a dimenticarsi di essere se stesso. Gli porgo una mano, me la copre con la sua, è calda. Gliela giro, voglio vedere le linee che sono disegnate che cosa dicono, che vita raccontano, quali segreti e quali progetti nascondono. Sono linee strane, tante ne ho viste ma mai come le sue; paiono ginestre che sbattono al vento di maestrale. Lo guardo ancora negli occhi, per farmi male, e per fargli vedere le ginestre che io vedo, ginestre che si piegano sotto la furia del vento ma che non si spezzano. E’ cieco, non le vuole vedere e mi abbandona la mano. Un battito di ciglia ed è sparito, inghiottito dalla notte di questa stagione che non è più inverno e non ancora primavera. Vorrei dirgli qualche parola di conforto prima di non ritrovarlo. Non me lo permette, è già andato, mentre sussurra tra sé e sé “non darmi pensieri”, a rincuorarsi, ad aiutarsi, a salvarsi la vita. E’ tornato nel buio, assieme ai suoi occhi lavati. Nel suo altrove. Oltre.
March 10 I migliori anni della mia vita - Volume IIICasa mia, la sede dell’attività di mio marito e la sede della radio stanno anzi no, quest’ultima non più, nello stesso stabile azzurro stinto di Via Marconi n.69. Era dunque abitudine consolidata da quando mi ci trasferii, nel 1983, passare dai garage in radio per un saluto e due risate coi ragazzi che stazionavano e ci bivaccavano proprio, per poi passare per un saluto al marito, prima di andare in casa a preparare la cena. Andrea aveva al tempo due anni e scalpitava quando lo costringevo alle tappe forzate; fortuna che i genitori già lo avevano sfamato e mi piaceva perdere quei dieci minuti a cazzeggiare dopo un’intera giornata di lavoro. Eravamo reduci delle batoste dell’Albert Hall, Vanni io e Giuliano avevamo delle liste in tasca di soldi anticipati che arrivavano fino in centro a Modena ma, soprattutto, era il morale che era a terra: coi battenti chiusi dell’Albert Hall e le nulle speranze di riaprirlo, l’alternativa era quella di chiudere baracca e burattini, vendere le frequenze, pagare i debiti e tanti saluti, baci e abbracci. Solo che questa prospettiva era quella che ci piaceva meno. Avevamo fatto ballare per dieci anni il popolo rock alternativo di Modena e provincia, possibile che non ci fosse uno straccio di locale con il quale tentare una collaborazione? Era martedì 10 maggio 1993 quando, rientrando come sempre dal lavoro, col pargolo urlante stretto saldamente alla mano, mi trovai Giuliano sulla soglia della radio con una faccia che più tristezza non poteva farmi, perché ci leggevo la resa definitiva. Ci guardammo e gli dissi di salire con me, che avremmo parlato un po’ con calma. Sul divano sputammo fuori tutto il veleno che ci stava facendo morire, consapevoli che non avremmo, tuttavia, risolto niente. Erano circa le diciannove quando gli proposi di fare una telefonata a Vittorio, quello dell’ottica, che era il proprietario di una discoteca di Sassuolo chiusa da gennaio. Giuliano assistette alla mia telefonata scuotendo la testa ma ritrovò un abbozzo di sorriso quando mi sentì prendere accordi per vederci in discoteca di lì a due ore. Andammo. Vittorio era molto perplesso ma altrettanto tentato dalla nostra proposta: il suo locale era un locale storico degli anni ’70, che aveva visto sul palco tantissimi cantanti del calibro di Cocciante, la Bertè, Vecchioni. Ora aveva davanti due personaggi che gli stavano proponendo una collaborazione per le serate dei sabati festanti da lì alla fine di maggio, un cinquanta per cento sugli incassi, dedotte le spese di pura gestione. Non era tanto la parte economica a fare tentennare Vittorio, quanto il pubblico che sapeva avremmo richiamato: temeva le orde di creste colorate, i gruppi tutti neri e scuri con crocefissi enormi sul petto, i tanti grunge con il cavallo dei calzoni alle ginocchia e le camicia a scacchi degne dei migliori pionieri della conquista del west. Alle ventitré, finalmente, ci diede l’ok: avremmo aperto sabato 14 maggio, per la pubblicità ci dovevamo pensare noi. Ci rideva anche il buco del sedere a me e Giuliano: non sapevamo se avremmo riempito la sala, erano mesi che eravamo fermi, ma il poterlo fare, avere l’opportunità di farlo era già motivo di gioia. Nel tragitto di ritorno in radio avevamo già telefonato a Maurizio, un amico che aveva una tipografia, verso l’una avevamo pronti i nostri foglietti, con il simbolo che da sempre ci distingueva e poche righe a presentare la serata; erano la quantità appena sufficiente a battere a tappeto il mattino dopo tutti i bar, birrerie, paninoteche, negozi di Sassuolo, mentre Maurizio avrebbe continuato a sfornarne altri per tappezzare analogamente Modena intera. Il mattino dopo le squadre dei volontari, nelle figure dei DJ che rischiavano di perdere il privilegio di trasmettere dalle frequenze dei 104.700 Mhz di Radio Antenna Uno Rockstation, fecero il miracolo. Ma quel mercoledì mattina non lo sapevamo ancora. Lo imparammo solamente sabato sera, quando alle ventidue l’atrio della cassa era stipato di gente che spingeva, spintonava, urlava per acquistare il prezioso foglietto che gli avrebbe permesso di entrare nel nirvana della musica della loro radio preferita. Alla cassa io e Graziana non riuscivamo a mantenere il ritmo, non avevo nemmeno il tempo di fumare una sigaretta e di salutare nessuno. Vittorio, al fianco di Sandro, la maschera, restava impassibile ma gli scappava sempre lo sguardo o sulla cassa o sul guardaroba, dove Anna aveva assunto un colorito rosso fuoco dallo sforzo di accontentare tutti i clienti e di riporre i loro chiodi da cinquanta chili l’uno sulle grucce. Era davvero il nirvana: per le nostre casse ma, soprattutto, per il nostro grandissimo ego che venne fortificato dalla consapevolezza che eravamo ancora la Rock Station più ambita, la più seguita, la più amata. Era il nirvana, sì. Sotto la voce di Kurt Cobain che usciva amplificata a mille dalle casse, a fare smuovere duemila persone. Vittorio alla fine della serata ci ringraziò, non sapendo quando noi dovevamo ringraziare lui e la sua disponibilità del locale, che fu una vera e propria cascata d’acqua in un deserto, non solo monetario. La “stagione” sarebbe dovuta durare solamente tre sabati e cioè fino alla fine di maggio. Andò avanti, invece, fino al venti di luglio per darci appuntamento da lì al primo sabato di settembre del 1993. Ballammo, ballammo a lungo all’Oasis. Fino al tredici febbraio del 2004.
March 09 NIENTE E' COME SEMBRA, NULLA E' COME APPARELo seguivo a qualche passo di distanza, spostando lo sguardo tra la sua figura e il terreno che stavo calpestando. Sergio conosceva ogni anfratto nascosto del bosco e ogni albero lungo l'impervio sentiero che, faticosamente, stavamo salendo, puntando i piedi nella neve. Ogni tanto si voltava per controllare di non avermi perso. Mi sorrideva con gli occhi; mai con la bocca, che teneva perennemente contratta in una smorfia, dono dei tanti lutti che avevano bussato alla porta. L'ultimo era stato quello che aveva colpito il mio cascinale; l'unico che si era salvato ero stato io e solo perché ero stato inviato nei boschi in cerca di funghi, che erano come manna in quei tempi di fame e miseria. Le mitragliate che udii, mentre stavo chinato a frugare tra le foglie, le archiviai come una delle tante che si udivano per le valli ad ogni ora del giorno e della notte. Quando rientrai a casa, trovai corpi smembrati e sangue anche sulle pareti. Mio padre giaceva riverso con le mani al viso. Il corpo scomposto di mia madre come inutile scudo a quello di mia sorella. Caddi a terra; nemmeno un grido di dolore salì alla mia gola. Attonito, restai lì, ad impregnarmi dell'odore di morte che attirava le poche mosche rimaste ancora in vita. Non so per quanto tempo. Ricordo solamente Sergio riempire il vano della porta, prendermi per mano e, senza pronunciare una parola, portarmi a casa sua. Dormii a lungo e mi ripresi, pur non riuscendo a togliermi dagli occhi i corpi rimasti a diventare poltiglia di vermi. Imparai dai monosillabi di Sergio che mio padre era stato accusato da un collaborazionista di essere un partigiano e lo sterminio della mia famiglia era un regalo per il quale dovevo ringraziare il francese. Sergio sapeva che stavano cercando anche me. Il rifugio che mi aveva offerto era solo temporaneo, per non mettere a repentaglio anche la sua famiglia. Fu per quel motivo che partimmo ai primi chiarori dell'alba gelida. Le gambe erano ormai due pezzi di legno stroncati dalla fatica quando vedemmo spuntare, in mezzo al castagneto, la casa diroccata che era la base della brigata partigiana Garibaldi. Una pagnotta di pane e un fiasco di vin sottile stavano sulla tavola. Valdo, il capo riconosciuto, mi si avvicinò. "Così tu sei il piccolo Covili... Mi dicono che sei stato fortunato. Quanti anni hai?" "Ne ho diciassette, signore." Mi intimoriva Valdo: la sua figura piccola e rotonda non incuteva timore, ma gli occhi piantati nella mia faccia, pronti a cogliere il minimo accenno di paura, mi misero addosso una sensazione strana, di esaltazione e di sfida. Sollevai le spalle, allungando tutto il mio metro e ottanta di statura. "Sono pronto, signore" "Tu sai che potresti non uscirne vivo, ragazzo?" "Sì, ma lo devo alle mie radici. Lo devo a me stesso, per lavare dalla mia coscienza il senso di colpa di non essere stato là, con loro" "Bene, ora riposati. Partiremo tra poche ore". Il piano era già stato predisposto, non occorrevano ulteriori dettagli. Subito dopo mezzogiorno, ci mettemmo in marcia: io, Valdo e Elmo, il braccio destro del comandante. Per un certo tratto ci accompagnò anche Sergio, poi i nostri sentieri si divisero. Mi abbracciò, senza una parola: non erano necessarie. La discesa per i sentieri innevati fu ancora più faticosa della salita affrontata al mattino. Davanti al portone dell'abitazione di fianco al nostro obiettivo, ci attendeva il nostro contatto: avevamo impiegato diverse ore a scendere, e la notte ci fu scudo mentre entravamo nella casa del francese. Provai nausea, rabbia e dolore alla vista del salone dove ci appostammo e ripensai alle nostre povere case, violate, oltraggiate e offese. Lì non erano arrivati, tutto era perfettamente a posto, come se la guerra fosse solo privilegio della povera gente e che i traditori e gli infami ne sentissero solo parlare. Stavamo in silenzio, con le nostre armi in mano, in attesa di veder entrare dalla porta il nostro uomo. Un rumore proveniente dalla cucina ci allertò, annunciando la donna che, subito dopo, ci apparve. Alta e curatissima, con un grembiule candido a ripararle l'abito cremisi scollato: era Sophia, la figlia della nostra vittima. Ci avevano passato un'informazione sbagliata: lei non doveva essere lì. Si asciugò le mani e ci piazzò in faccia i suoi enormi e già arresi occhi scuri. Non era stupita nel trovare degli estranei e sapeva che, prima o poi, avrebbe pagato per le colpe del padre. Valdo la guardò, per un istante un lampo di incertezza passò nei suoi occhi, mentre impugnava la pistola e la puntava contro la donna. “Mio padre non è ancora rientrato. Non mi piace il suo ritardo, credo sia successo qualche cosa” ci disse, per nulla spaventata ma come arresa all’ineluttabilità della situazione. Guardandola così, arrendevole, e udendo quelle parole, Valdo fece scendere il braccio teso, sempre impugnando la pistola, ma capendo immediatamente che dalla donna non doveva aspettarsi pericolo. Con una mano lei ci fece cenno di seguirla; ci accompagnò in una stanza la cui porta era mimetizzata nella parete color avorio. Ci fece entrare e, sempre sottovoce, ci disse di restare lì, ad attendere. Dentro lo sgabuzzino non si sentiva nessun rumore se non quello dei nostri respiri. Sentivamo giungere soffocati dalla cucina i rumori delle stoviglie e acqua che scorreva nel lavello, interrotti dopo un po’ da una porta che si apriva e dal rumore di passi che entravano prepotenti in casa. “Sophia, sono a casa, abbiamo ospiti a cena”. Dal nostro nascondiglio udivamo chiaramente la voce del francese, sovrastata da altre arroganti voci dal duro accento. Non avevamo considerato che potesse accadere una simile variante al nostro piano, non solo non c’era la possibilità di portare a termine la missione, ma rischiavamo di fare la fine del topo in gabbia, di venir arrestati e rinchiusi, sempre sperando nella clemenza di chi poche volte l’aveva dimostrata. In attesa spasmodica, colma di tensione, dopo qualche tempo sentimmo sbattere una porta e passi silenziosi che si avvicinavano: Sophia aprì la porta e con un dito sulle labbra, ci fece cenno di seguirla. Appiattendoci lungo le pareti del corridoio, ci diresse alla porta che conduceva ai piani interrati della casa. Con un sussurro di voce ci spiegò che alla nostra sinistra, una volta giunti in cantina, avremmo trovato una porticina che dava sull’orto nel retro e, da lì, raggiungere la salvezza. Valdo le strinse la mano; nei suoi occhi si era accesa una luce, un misto di stupore, ammirazione e riconoscenza verso colei che dall’altra parte della barricata, aveva capito e messo in pericolo anche se stessa pur di salvare degli sconosciuti che sapeva essere venuti a recidere le radici nelle quali scorreva la medesima linfa che scorreva dentro di lei. Riprendemmo il nostro cammino nella notte, protetti dall’oscurità e dalle ombre dei boschi che apparivano meno sinistre, la neve pareva meno fredda, come se un nuovo calore la scaldasse. Non dimenticai mai quella sera e quella notte; fu, assieme alla morte della mia famiglia, uno spartiacque nella mia coscienza. Non incontrai mai più Sophia. Ma lei è ancora qui, dopo sessantaquattro anni, a ricordarmi che niente è come sembra e nulla è come appare. LA PROMESSAIo lo seguivo a qualche passo di distanza, timorosa di perdermi negli interminabili corridoi degli studios: era l’uomo che Charlie aveva mandato ad accogliermi. Mi accompagnò fino al camerino, rimase in attesa fuori dalla porta, aspettando che mi sistemassi per poi accompagnarmi a raggiungere il resto della troupe sulla location dove, quel mattino, sarebbero iniziate le riprese. Non mi aspettavo di vedere lui seduto nel mio camerino ad attendermi e il mazzo di rosse scarlatte che troneggiava sul mobile, era il suo modo di darmi il benvenuto. Seduto, dava le spalle alla porta, gli occhi al pavimento. Mi tremavano le gambe mentre restavo lì, in piedi, nell’attesa che si accorgesse della mia presenza riflessa sullo specchio a tutta parete che aveva di fronte. Io, la grande attrice osannata in tutto il mondo, ero terrorizzata dal trovarmi a recitare con chi aveva riempito i miei sogni di ragazza con tante fantasie, sospirate nella fumosa penombra dei cinema le domeniche pomeriggio, quando ancora non sapevo che anch’io sarei stata sullo schermo ad accendere l’immaginazione degli spettatori. Non era la prima volta che mi trovavo così vicino a lui al punto di percepire la forza magnetica che sprigionava il suo magnifico corpo di uomo; qualche settimana prima Charlie aveva convocato tutta la troupe, per stabilire personalmente con ognuno del cast il piano di lavoro. Era un perfezionista e voleva creare l’atmosfera giusta tra gli attori e le comparse per la lavorazione del film e la sua perfetta riuscita. Per Charlie era una scommessa: era la seconda pellicola che lo vedeva dietro la macchina da presa, dopo che per tante volte era stato oggetto delle riprese lui stesso, a rendere famoso il cinema americano che ora lo stava osteggiando; vittima del maccartismo, aveva preso la decisione di girare il suo film negli studi londinesi della Pinewood. Avevo accettato la parte, nonostante il parere contrario del mio agente; il privilegio di recitare con lui non me lo sarei fatto sfuggire, nemmeno se mi avessero offerto la metà del cachet. Durante la riunione, lo sguardo obliquo di lui si fissò spesso su di me, tagliandomi a metà, a ricordarmi la stessa sensazione provata la sera che salivo il palco del Chandler Pavilion per ritirare la statuetta con la quale mi avevano premiato per la mia interpretazione nel film di Vittorio: mi applaudiva, in piedi, senza staccare gli occhi dai miei che restavano ancorati solo ai suoi, tra i mille altri della platea a me rivolti. inalmente alzò gli occhi, mi vide, si girò e mi venne incontro. “Ciao, Marlon” Iniziò così la nostra storia, con un ciao strozzato tra gola e palato, vissuta intensamente da entrambi, con i baci di scena che non erano più finzione cinematografica. La lavorazione del film andò avanti senza intoppi, assieme ai nostri giorni di pazzia, segreta a tutto il resto del mondo. Eravamo felici, non ci pesavano le lunghe ore di lavorazione e le grida di Charlie che spesso rasentavano l’isteria, quando la scena non riusciva perfetta come lui, nella sua testa, l’aveva già vista. La fatica ci abbandonava come per incanto, quando potevamo sgattaiolare via da tutti e rifugiarci nella suite di cui nessuno conosceva gli ospiti, dopo che ci eravamo preoccupati di porre il cartello Please, don’t disturb alle porte delle nostre camere ed avere staccato il telefono. Erano notti d’amore, di parole inglesi e italiane che si mischiavano coi gemiti della passione per fondersi nella lingua universale del desiderio. Non volevamo pensare a chi, a casa, ci attendeva. L’ultima sera mi portò in un locale, i nostri pensieri scorrevano lenti come il Tamigi sotto di noi; ci dicemmo tutte le parole più silenziose e faticose, piene di rimorsi. Parole che presto sarebbero diventate rimpianti. Ci dicemmo addio. Ci saremmo certamente incontrati di nuovo per qualche occasione mondana, ma quello che avevamo vissuto, in quelle poche settimane, sarebbe rimasto solamente un meraviglioso ricordo da custodire per sempre. Credo mi abbia amato molto, come io ho amato molto lui.
Solo oggi ho deciso di rompere il silenzio promessogli tacitamente oltre quarant’anni fa, e ho deciso di farlo con te: ti racconterò della mia vita, dei miei successi, delle rinunce e dei miei amori. Del mio amore per lui, di cui nessuno ha mai saputo. Ho deciso di aprirti le porte della mia casa, di farti sbirciare da ogni finestra; sono anni che il pubblico aspetta la biografia della Loren. Non ti nasconderò nulla e non chiederò nulla, se non imporre il titolo al libro: voglio che s’intitoli Il silenzio di Sophia. Il silenzio di chi ha dovuto tacere una passione che l’ha logorata nel profondo, con rimpianti che a lungo hanno bussato a tentarla ancora, forse per una sola, ultima occasione. Un amore che nacque sul set de La contessa di Hong Kong e lì è morto, per sempre. In silenzio per tutti, meno che per i cuori che su quel set restarono a spegnersi sull’ultimo ciak.
IRINAIrina ha gli occhi chiari sotto una zazzera di corti capelli biondo cenere, un incarnato roseo che riesce ancora ad arrossire ai complimenti che le vengono rivolti e che non sono certo avari. Ha lasciato i suoi ricordi a Nižnij Novgorod, dove il fiume Oka confluisce nel Volga e dove le lacrime si perdono lungo gli argini che racchiudono la città a proteggerla, dove i bambini stanno con il naso all'insù a veder passare i treni della transiberiana. Irina è partita con una valigia, il suo viso, il suo corpo e le sue speranze; un giorno ha preso un treno per Mosca e da lì ha proseguito, sperando di trovare prima o poi qualcuno che avrebbe guardato la sua laurea in economia e commercio e le avrebbe offerto un'occupazione. E' arrivata fino in Italia. L'unico impiego che ha trovato è fare la commessa in una panetteria. E' gentile con i clienti che serve al banco ogni mattina e nessuno sospetta che il mestiere che le permette di sopravvivere non è l'infilare michette di pane caldo nei sacchetti di carta bianca, sotto la cuffia candida che la rende giovanissima. Lo stipendio che percepisce non è sufficiente a pagare l'affitto, le bollette del gas e della luce, il telefono e a mandare denaro prezioso ai genitori rimasti a casa. Irina ha deciso di vendere l'unica cosa bella e preziosa che le è rimasta dopo aver perso i sogni e le speranza: il suo corpo. Ha messo un annuncio sui giornali, ha aspettato contatti che sono arrivati subito numerosi perché il suo viso pulito dà sicurezza e tenerezza. Viene voglia di prenderla tra le braccia, stringerla forte e farle dimenticare le bruttezze che la circondano. Non si vende a poco prezzo Irina. Ha capito che può permettersi un costo alto, quello delle merci più preziose e in questo modo sa che alla sua porta arriveranno solamente uomini che non hanno paura di seccare il portafoglio per illudersi di due ore d'amore con lei. E' diventata una professionista, Irina, calcolando il tempo che le occorre per fare godere un uomo e quello che le serve per non uscire dalla sua vita senza sentirsi troppo sporca. Irina ha dignità nel mestiere che ha scelto. Irina è un signora. Molto più signora di chi puttana lo è dentro e non per necessità. Io non conosco Irina e la sua storia. Ma so che da qualche parte lei esiste e che la sua storia potrebbe essere proprio questa.
February 16 Intimisto
Mi rubi il tempo, mi rubi l'energia .
January 02 Le mie amiche sono stronze. Da tempo.Oggi è il 1 gennaio 1978. January 01 La nebbia nascondeFaceva molto freddo quella mattina; la nebbia nascondeva ogni cosa, ovattandola di una luce irreale. L’uomo batteva regolarmente il selciato con la sua corsa sostenuta, scandita dalle nuvole di vapore che uscivano dalla bocca a evidenziare il ritmo del respiro e delle falcate. Poche ore prima aveva fatto violenza su se stesso per sganciarsi dal letto caldo, slacciarsi dal corpo morbido della moglie per infilarsi l’abbigliamento sportivo e completarlo con i guanti e il berretto che avrebbero preservato un congelamento degli arti. Erano mesi che si era imposto quella corsa mattutina; agli amici aveva nascosto il vero motivo, adducendo ad una incipiente pancetta che strideva con il resto del suo fisico cinquantenne perfettamente curato. “Moto, moto e ancora moto. Con calma, senza spingere troppo, ma un po’ di attività fisica è quello che le serve, Avvocato. Lei fuma troppo, ha l’ossigenazione del sangue a livelli troppo bassi e deve pensare che non è più un ragazzino.” Il medico lo aveva liquidato con quelle parole, stringendogli la mano ed accompagnandolo dalla segretaria che gli rilasciò la regolare fattura fiscalmente deducibile. Da quel giorno, ogni mattina alle sette, percorreva, alternando corsa a passo sostenuto, tutto il parco cittadino che a quell’ora era abitato solamente da tante figure con tute fluorescenti. Una di queste era diventato incontro costante: una signora alta, con una lunga coda che emergeva da un berretto con visiera, ed una tuta gialla che faceva da catarifrangente nella luce obliqua del mattino. Iniziò la sua corsa e poco dopo lo vide, la coda che oscillava con regolarità ad ogni passo, scivolandole sulla schiena in un movimento che l’avvocato osservava ipnotico a pochi passi dietro di lei. Non si salutavano mai, se non con un cenno del capo quando uno sorpassava l’altro; nessuna parola era mai corsa tra di loro, fino a quel mattino, così denso di nebbia. Davanti a lui, la figura in giallo si fermò, chinando la schiena ed appoggiando le mani sulle cosce, respirando affannosamente. L’uomo rallentò la corsa fino a fermarsi al suo fianco “Qualche cosa non va?” “No, nulla di che, solo che stamattina è più faticoso del solito. Cerco di riempirmi i polmoni ma questa nebbia è talmente intensa che mi pare di ingoiare bambagia e non ho fiato” “Venga, sediamoci un attimo” la invitò, notando sul viso della donna un pallore strano. Lei lo seguì in silenzio, sedendosi al suo fianco sulla panchina gelida. Si tolse il berretto e l’uomo riuscì a vederla bene in volto; rabbrividì nel notare una profonda cicatrice viola che le segnava la fronte dal sopracciglio destro fino a perdersi in mezzo alla cute dei folti capelli scuri. “Non l’aveva mai vista prima, vero?” “No, l’ho sempre vista di sfuggita e sempre con il berretto in testa” “E’ un regalo di mio marito. Lui ama farmi questi regali” L’avvocato restò in silenzio, capendo che lei voleva parlare e raccontare. La sua professione gli aveva insegnato, in quegli anni, a percepire i tentennamenti e la necessità di essere interlocutore, in attesa di parole che sapeva sarebbero sgorgate presto, come fiumi in piena. E così fu. “Una volta mi ruppe un polso. Mi aveva telefonato per dirmi quello che voleva per cena, cosa che preparai come da sua richiesta. Quando rientrò dal lavoro iniziò ad urlare che non era quello che lui mi aveva detto. Io gli feci presente che era proprio ciò che aveva domandato. Mi diede uno schiaffo e mi spintonò. Caddi a terra malamente e mi ruppi il polso. Un’altra volta, invece, mi lasciò al supermercato e mi fece fare dieci chilometri a piedi per rientrare, non avendo con me niente, né soldi né altro. Litigammo perché mentre caricava le borse della spesa notò una confezione di carne che non era stata confezionata lo stesso giorno ma il giorno prima. Non servì a nulla che gli dicessi che sarei rientrata a cambiarla. Caricò le borse e mentre riponevo il carrello partì, lasciandomi lì.” “E questa cicatrice, invece, a cosa è dovuta?” “Questa… Se le dicessi che è per un pannetto di burro mi crederebbe? Alla mattina lui vuole il burro cremoso, pronto da spalmare sulle fette biscottate; ho dimenticato di toglierlo dal frigo mentre preparavo il caffè. Mi ha minacciato con il coltello e, senza volere, gli è scivolato il gomito e mi ha tagliata. Al pronto soccorso mi hanno detto che sono stata fortunata, pochi millimetri di scarto e mi avrebbe cavato un occhio” “Non ha mai fatto denuncia?” “No, come potrei farlo? Lui mi vuole bene, lui mi ama. Ma vuole che non ci siano intoppi nella nostra vita di coppia; per questo non ha mai voluto dei figli, mi ha sempre negato la maternità” L’avvocato si stupì che le parole della donna non gli smuovevano più nulla; troppe storie simili aveva sentito ed era trascorso molto tempo da quando prestava patrocinio gratuito per la difesa di donne che avevano subito maltrattamenti simili. Allora era ancora capace di arrabbiarsi. Ora non più. Si risollevò dalla panchina, frugando dentro al borsello che portava allacciato in vita; le porse un biglietto da visita. “Se un giorno si decide, mi chiami. Arrivederci” “A presto e grazie di avermi ascoltata” L’avvocato riprese la sua corsa, lasciando la donna con la sua tuta gialla sulla panchina. La nebbia pareva ancora più fitta. December 30 e s'apprende
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Nicolawrote:
Ciao Daniela come stai? mi farebbe piacere poterti sentire un bacio
Oct. 21
Holly C.wrote:
sono capitata x caso nel tuo spaces...complimenti scrivi veramente bene! spero ci sentiremo...kisses, holly
Oct. 1
Alfonsowrote:
Fammi capire ..... tante foto uguali per quanti libri contiene la libreria? (sorrido)
Aug. 1
Daniela .wrote:
Ciro, grazie del passaggio. Vorrei avere la tua fede. Mi dispiace.
May 21
ciro guzziwrote:
CIAO , IO SOLO IO BASTO. NN CREDO HAI BISOGNO DI CRISTO GESU' E SOLO ALLORA AVRAI ABBASTANZA . CIAO ,CIRO
May 21
Il solito ignoto
wrote:
Per favore non farmi mai uscire di qui
May 19
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