Daniela's profileIo solo io. E basta, mi ...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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May 21 SPILLO, AGO E FILOBuongiorno bambine, oggi è il vostro primo giorno di scuola, io sarò la vostra insegnante. Mi chiamo Suor Romana; alcune di voi già le conosco dall'asilo, altre invece sono visi nuovi. Tu, ricciolina, come ti chiami?
Parole scolpite nella memoria, così come la mia figura impacciata davanti all'abito candido ed il viso buono di colei che mi si era appena presentata. Sotto il velo aveva un volto dolcissimo che ben si sposava alla voce modulata che continuava a parlare, che ci spiegava della mattina e che a mezzogiorno saremmo andate nel refettorio per il pranzo,. Poi avremmo potuto giocare un po' nel salone prima di tornare, alle quattordici precise, in aula. Ci spiegò cosa avremmo imparato nei mesi a venire ed io l'ascoltavo rapita; finalmente sarei riuscita ad imparare a leggere, a scrivere, a fare di conto. Sarei diventata finalmente grande? In quel momento pensavo di sì, che con l'ingresso nella scuola mi si sarebbero aperte le porte a quella conoscenza che potevo solo sfogare guardando le figure dei vari libri di fiabe illustrate e con le continue richieste ad una madre esausta da otto ore di fabbrica, di una lettura, una lettura sola, mammina ancora, per piacere mammina. Era una scuola privata, tutta al femminile, frequentata da rampolle benestanti. Io ero un piccolo calimero in mezzo a bambine che sapevano di buono. C'era la figlia del dottor Debbia, stimato medico; la figlia dell'ingegner Mussini, noto magnate della meccanica. Poi la piccola Piazza, il cui genitore veniva spesso nominato alla TV per i suoi servizi giornalistici. La Camellini, il cui nome vedevo ogni giorno ricordato sui teloni dei camion di trasporti della famiglia. E poi c'ero io, la piccola Alboni, figlia del signor Alboni Federico e della signora Colucci Maddalena. I miei chiamati solo quando dovevano timbrare il cartellino prima di entrare al lavoro o indicati come disgraziati dopo l'ennesimo sciopero con le bandiere rosse sventolati tra le mani. Era l'unica scuola che facesse, allora, orario continuato. Per quel motivo i miei pagavano la retta non certo alla portata di tutti perché era impensabile, per loro appena arrivati dalla campagna, lasciarmi sola per tutto il pomeriggio e quella era l'unica costosa alternativa. Le lezioni all’ istituto San Giuseppe finivano alle sedici e, con un piccolo supplemento, le bambine potevano restare nel salone a giocare fino alle diciotto. Imparai presto a conoscere le altre che prolungavano il tempo a scuola fino a che le campanelle delle fabbriche non decidevano il termine dell'orario di lavoro. Annapaola, Antonella ed io diventammo amiche nel giro di pochi giorni. Dopo le prime timide occhiate una all'altra, iniziammo a parlare tra noi, a dirci chi eravamo e scoprimmo che noi tre, di tutta la scuola, eravamo le uniche figlie di operai che poi si disse sarebbe andata in paradiso. Le figlie di mani nere e callose che però sapevano dispensare carezze calde come quelle del Debbia, del Mussini e del Piazza. A sei anni la fantasia è regina e noi tre ci inventammo il gioco di essere delle signorine ricche: ci parlavamo dandoci del Lei; eravamo la Signorina Spillo, la Signorina Ago e la Signorina Filo. Ci inventammo quei nomi da quando Suor Orsolina, la preposta al controllo del dopo scuola, ci suggerì di imparare a ricamare. E noi tre, diligentemente, imparammo. Un pezzo di battista bianca con un disegno, alcune spole di filo colorato, un ago: punto erba, punto gambero a creare dei piccoli capolavori di cucito nate da quelle mani. Che orgoglio vedere nascere quelle trame! E le fantasie che ci facevamo.. ci giurammo che una volta diventate grandi avremmo aperto un negozio ed avremmo ricamato per tutta la città. Era una promessa, un obiettivo da raggiungere e sì che decidemmo che i nostri manufatti sarebbero stati il nostro regalo di Natale a Suor Romana. Eravamo entusiaste del nostro progetto e già immaginavamo i ringraziamenti che avremmo ricevuto da Suor Romana che avrebbe sicuramente gradito il lavoro che si preannunciava di mesi e mesi da sacrificare ai nostri giochi di bimbe. Suor Orsolina condivideva il nostro segreto e ci aiutò coi nostri centrini, insegnandoci a fare un orlo a giorno che avrebbe completato la nostra creazione di fili intrecciati. I primi di dicembre arrivarono, assieme alle nostre incerte parole vergate sui quaderni dalle copertine rigide e a quelle pronunciate a voce incerta nel leggere la pagina del sussidiario. Iniziammo a insistere a casa perché i nostri regali per Suor Romana avessero una presentazione degna dell'impegno e del lavoro che Annapaola, Antonella e io avevamo fatto negli ultimi mesi. Mia madre mi portò una bellissima carta dorata con un fiocco color argento e mi aiutò a impacchettare il mio centrino ricamato, facendone un pacchetto che nulla aveva da invidiare a quelli confezionati nei negozi rinomati del centro. Venne il 23 dicembre, ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale e il giorno della consegna dei regali. Sui venti banchi facevano mostra di sé venti pacchetti dai colori variegati; il mio mi sembrava il più bello e fremevo in attesa del momento che Suor Romana lo avrebbe aperto e ammirato. Per non scontentare nessuna, decise di fare l'appello: io ero la prima. "Alboni…" Era il mio nome, mi avvicinai e con molta emozione le porsi il mio dono. Suor Romana lo aprì e mi diede un bacio sulla guancia, dicendomi grazie. Nulla di ciò che mi aspettavo avvenne, ma ero anche la prima di tutte e quindi non avevo un metro di paragone, sicuramente anche alle altre avrebbe dato un bacio e regalato un grazie così come a me. "Debbia.." Fu il momento di Mirta: allungammo la testa per vedere quale era il regalo e un oh di meraviglia fece fare il tondo a tutte le venti bocche delle bimbe ed alla bocca di Suor Romana: era una bellissima palla di cristallo con dentro un presepio di legno, minuziosamente intagliato e sul quale nevicava appena la muovevi. Un oggetto costoso perché al tempo credevo che solo le cose che costavano molti soldi fossero le più belle ed apprezzate. E ne ebbi la conferma quel 23 dicembre del 1967, quando uscii dall'aula e vidi per terra, di fianco al cestino dei rifiuti, il mio centrino tutto sporco, a fare compagnia a quello di Annapaola e Antonella. Sulla battista candida e sui colori era evidente l'orma del piede di Suor Romana che li aveva distrattamente pestati, Suor Germana li avrebbe raccolti quando sarebbe passata a fare le pulizie. Pensai, con la saggezza dei miei sei anni, che dovevo diventare ricca così avrei potuto comprare dei regali meravigliosi e non sarebbero stati pestati. Col passare degli anni, cambiai idea. Non su una cosa però: non presi mai più in mano un ago da ricamo. Ma collezionai palle di cristallo con dentro la neve. Per non dimenticare.
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