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4月26日

D'acciaio e cuoio

La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio, accompagnata alla scrivania dai passi strascicati della vecchia Umberta.

Paolo prese la busta dalle mani della domestica e la poggiò di lato, ritornando col capo sul lavoro che aveva davanti, non prima di essersi chiesto chi mai poteva ancora scrivere lettere non commerciali o pubblicitarie nell’era della comunicazione digitale.

Le prime ombre della sera già si allungavano sul freddo pomeriggio di febbraio e la lampada che stava sulla scrivania faticava a portare luce alle ombre dell’ambiente.

Si stiracchiò, togliendosi gli occhiali dal naso, e si accese la pipa, ritardando il momento di aprire la lettera.

Era una semplice busta bianca, senza mittente, con il suo nome e cognome vergato in stampatello.

Il francobollo era stato annullato due giorni prima col timbro dell’ufficio postale di Roma succursale 081, quello di via Salaria.

Fece mente locale, ma non gli venne in mente nessun conoscente che potesse abitare in quella zona.

Riempì nuovamente il fornello della pipa e aspirò profondamente; non sapeva perché ma avvertiva un soffio gelido che gli alitava sulla nuca.

Tante altre volte aveva percepito lo stesso, identico gelido annuncio di presagio; sempre era stato annunciatore di notizie che, ogni volta, lo avevano schiacciato.

Andò con la memoria ad una busta simile, consegnatagli tempo addietro in uno studio asettico ed accompagnata dalle parole di un medico. Pensò a quanto freddo sentì dentro quel giorno, come se tutto il diaccio vento di maestrale lo stesse investendo mentre udiva come il mostro famelico avesse già allungato i tentacoli all’interno del corpo di Piera, la  sua compagna di sempre.

Rabbrividì al ricordo e pensò a sua figlia.

Molto dolore aveva abitato la loro casa da quando agli ordini impartiti con la voce squillante di Piera si era sostituito il non voluto silenzio, unico ornamento del pranzo e della cena.

Aveva dimenticato di avere una figlia poco più che adolescente; la ritrovava al rientro dalle lezioni universitarie, ma non la vedeva.

Non osservava che Angela si era fatta donna e che il suo viso era spento.

Un volto grigio che gli chiedeva aiuto in silenzio, ma era il muro dello sguardo vuoto del padre ciò che riceveva come risposta.

Il brivido si fece ancora più intenso e Paolo si decise. Prese il portacarte d’acciaio ma si bloccò all’ennesimo ricordo che lo aggredì violentemente: lui e Piera, a Parigi, a passeggiare sulla Rive Gauche.

Un negozietto polveroso pieno di oggetti da scrittura preziosi.

Piera che entrava sorridendo, lasciandolo sulla porta, stupito.

Lei che ne era uscita con una parure di cuoio nero e di lucido acciaio.

“E’ per la tua scrivania. Ti assomiglia: il nero, come il tuo carattere ombroso, e l’acciaio, duro e invincibile come tu sei”.

Sentiva nelle orecchie la sua voce e aveva negli occhi il suo sorriso; faceva ancora molto male, nonostante fossero passati anni e anni.

Sospirò profondamente e aprì la busta.

TI SEI MAI CHIESTO DOVE VA OGNI SERA TUA FIGLIA? POTRESTI VENIRE A FARE UNA VISITA IN VIA VERDI, IL CIVICO E’ IL 516. BASTA CHE ALLA PORTA DICI CHE TI MANDA ELIO: E TI FARANNO ENTRARE. UN AMICO.

Chi poteva essere quest’amico? Che cosa poteva mai esserci in Via Verdi a quel numero? Che c’entrava Angela in quella storia?

Fuori, il buio aveva acceso i lampioni.

Rilesse più volte le poche righe, ponendosi ripetutamente le stesse domande.

Umberta venne ad avvisarlo che era pronta la cena e che Angela era già a tavola, in attesa che lui la raggiungesse.

Paolo si scosse e scese nella sala da pranzo.

Di fronte a Angela, cercava di capire, ma vedeva la solita figlia di sempre, i capelli biondi raccolti in alto, come li portava la madre, un malinconico sorriso velato e poche parole per lui, come sempre.

La osservava mentre cenavano e sulla lingua premeva una domanda che non rivolse.

Quando la figlia si alzò, riuscì solamente a domandarle dove andava. La risposta evasiva di lei gli fece prendere la decisione: avrebbe seguito il consiglio dell’amico e sarebbe andato all’indirizzo.

Doveva sapere.

Gli era necessario conoscere la verità, anche se il freddo che sentiva dentro già raccontava di un nuovo dolore da affrontare.

 

Arrivò all’anonimo ingresso della trafficata via che erano già le dieci di sera; c’era molto movimento di gente che entrava e usciva: soprattutto uomini, molto ben vestiti e con un’aria arrogante e soddisfatta sul volto.

Seguì le istruzioni dell’amico ed entrò.

Dalla facciata anonima del palazzo non poteva immaginare l’opulenza delle stanze che lo accolsero: un ampio salone con lucidi pavimenti di marmo che riprendevano il perimetro della sala con colonne altrettanto levigate, un lampadario immenso di cristallo che pendeva al centro con mille fioche lampadine e un numero imprecisato di divani di pelle color avorio a circondare una piccola e luminosa pista da ballo, sulla quale si muovevano, sinuosamente, alcune giovani donne.

Al bar, in fondo al salone, vedeva parecchie ragazze completamente nude sugli sgabelli, a intrigare uomini che le soppesavano con lo sguardo, che le palpavano nelle intimità, come fossero carne in esposizione.

Nel riconoscere uno chignon di capelli biondi, su una schiena perfetta e dalle linee dolci di violino, sentì il cuore fermarsi ed il fiato non arrivare più a riempirgli i polmoni, lasciandolo con una sensazione di soffocamento.

Angela si girò, fissandolo per un istante, riconoscendolo, ma senza avere il minimo sussulto, né di stupore né di altro.

Il gelo era l’unico abito che vestiva Paolo in quell’istante.

Riuscì a contenere il conato di vomito fino a che fu nuovamente nella strada piena di luci, ma Paolo vedeva solo il buio.

L’unica immagine che aveva negli occhi era la figlia, nuda, toccata dalle mani luride di quegli uomini, alcuni anziani quanto lui, e lo sguardo di completa apatia con il quale li lasciava fare.

No, non poteva essere la sua Angela

Non ebbe altro negli occhi fino a che non fu chiuso nuovamente nel suo studio.

Si prese la testa tra le mani ed iniziò a piangere.

Per se stesso, per Piera, per Angela.

Piangeva su quanto aveva avuto e quanto aveva perso, su quanto aveva permesso si perdesse, lasciandolo andare con la sua indifferenza e con il suo egoismo.

Prese un foglietto candido e la penna.

 

Umberta si svegliò per il colpo e trovò Paolo col capo chino sul suo sottomano di cuoio nero e di lucido acciaio, la penna stilografica ordinatamente riposta di fianco e, davanti, un piccolo foglio sfregiato di rosso.

 

d'acciaio e cuoio mi rivestì un sorriso

di durezza e d’ombra il mio abito migliore

indossato stasera per occasione speciale

che non mi ha riparato da freddo vento di maestrale

 

ha soffiato forte a portare lontano, per sempre,

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